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SCAVI DI POMPEI: I CANI DELLA CASA DI ORFEO (VI 14, 20)

di Michele Di Gerio*


 

1. Il calco di un cane.

1. Il calco di un cane.

Nel 1874, durante gli scavi di Pompei venne alla luce, nell’aria nord-orientale, una casa del periodo sannitico ma rimaneggiata nei primi secoli dell’ impero 1. L’abitazione apparteneva a Marcus Vesonius Primus come attestano le scritte di propaganda elettorale sulla facciata2 e l’erma-ritratto, rinvenuta nella casa, sulla quale è leggibile la dedica fattagli dallo schiavo Anteros che svolgeva le mansioni di cassiere nella sua azienda. Un pregevole affresco della parete ovest del peristilio dove è raffigurato Orfeo che, col suono della lira, ammansisce le belve, dà il nome alla casa3 .
In quel periodo a Pompei gli archeologi utilizzavano una tecnica di recupero ideata da Giuseppe Fiorelli, nominato direttore degli scavi nel 1860. Poiché nel compatto materiale vulcanico che copriva l’antica cittadina romana nel corso delle operazioni di scavo si evidenziavano delle cavità formatesi a seguito della decomposizione di sostanze organiche, il Fiorelli, nel 1863, decise di immettervi gesso liquido che, indurendosi, configurò, oltre a calchi di manufatti in legno, anche quelli di uomini, di donne, di bambini e di animali periti nel corso dell’eruzione del 79 d.C.4.
Il 20 novembre 1874, in una cavità rinvenuta nell’atrio della casa di M. Vesonius Primus fu introdotto del gesso liquido che, dopo l’indurimento, formò un calco di un cane. Per la posizione contratta dalle zampe dell’animale morente, il calco non fu facile da eseguire5 e, molti studiosi moderni, considerano l’intervento degli archeologi del XIX secolo una “pregevole operazione di recupero e di conservazione”. Le dimensioni del calco, secondo uno studio condotto da G. V. Pelagalli e C. Giordano, fanno supporre a un segugio di gran taglia6 utilizzato per la guardia col compito di abbaiare se qualche estraneo si fosse introdotto nell’abitazione, difatti, l’ambiente del suo rinvenimento è prossimo all’ingresso.
La mattina dell’eruzione era legato ad un muro con una catena che si fissava sul collare grazie a due anelli. L’impronta del collare, forse di cuoio, e dei due anelli in bronzo, sono ben visibili sul collo del cane. Nel corso delle convulse fasi dell’eruzione, l’animale fu probabilmente dimenticato in casa; terrorizzato dai boati che giungevano dall’esterno e dai crolli dei soffitti, cercò invano di liberarsi dalla catena mentre dall’apertura del compluvium iniziava a cadere nella casa il materiale vulcanico sprigionato dal Vesuvio. Il povero animale, per quanto glielo permise la lunghezza della catena, cercò di arrampicarsi sulla cenere e sui lapilli che andavano sempre di più accumulandosi. Alla fine morì e cadde, assumendo una posizione innaturale.
Dal calco, il cane appare rannicchiato, le zampe anteriori sono protese verso l’alto e la colonna vertebrale, completamente arcuata, gli permette di toccare con la mandibola l’arto posteriore. La bocca è rimasta aperta per i vapori solforosi che accompagnavano la pioggia di materiale vulcanico7 tanto che sono riconoscibili le sagome dei quattro canini prodotte dall’indurimento del gesso (fig. 1). Anche se non conosciamo il suo colore sappiamo che Columella consigliava per la guardia delle abitazioni cani di colore nero perché avrebbero provocato paura verso i ladri che agivano di giorno mentre di notte, confondendosi nel buio, avrebbero aggredito con facilità i malviventi, inoltre, l’autore raccomandava di scegliere cani di grossa taglia nonché di latrato altisonante e acuto per atterrire i malintenzionati e metterli in fuga 8.

2. Il mosaico che raffigura un cane al guinzaglio.

2. Il mosaico che raffigura un cane al guinzaglio.

Il 23 febbraio 1875, mentre proseguivano i lavori di scavo per il recupero della casa, venne alla luce un mosaico che raffigurava un cane tenuto al guinzaglio ; l’opera, che abbelliva il pavimento del vestibolo, è esposta al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e presenta dimensioni contenute, cm 70 x cm 70. Il cane, di colore nero, mostra una corporatura tozza e la testa si presenta allungata con le orecchie di notevole grandezza che si distendono verso l’alto, la coda, invece, non appare lunga. L’animale è tenuto da un guinzaglio rosso di media lunghezza che gli permette di muoversi con libertà; il collare, anch’esso di colore rosso, è affiancato da una catenella bianca costituita probabilmente da palline sferiche. E’ lecito suppore che il collare e il guinzaglio fossero in cuoio mentre le palline in bronzo. Lo sfondo, intorno al cane, è costituito interamente da tessere bianche e una sottile cornicetta nera, di forma quadrangolare, fa da decoro all’opera (fig. 2).
La raffigurazione del cane in un mosaico pavimentale, posta nel vestibolo della casa, nelle vicinanze dell’ingresso, rappresenta, in modo simbolico, il guardiano che vigila l’ambiente domestico e preserva la privacy da intrusi e malintenzionati. Tale tipologia di figura è presente in altre case di Pompei dove mosaici e pitture riproducono cani da guardia in atteggiamenti aggressivi e, come quello della casa di Orfeo, sono collocati in ambienti prossimi alle entrate delle abitazioni.
Al British Museum di Londra, nella mostra Life and death Pompeii and Herculaneum, il calco e il mosaico, insieme a molti altri reperti, hanno messo in evidenza la quotidianità dei due centri vesuviani del periodo imperiale. I visitatori, oltre allo sbalordimento suscitato dal calco che mostrava la sofferenza alla quale sono stati sottoposti uomini e animali negli ultimi istanti di vita per l’eruzione del Vesuvio, hanno ammirato il soggetto e la pregevole fattura del mosaico. Inoltre, i due reperti, pur di natura completamente diversa, sono stati l’attestazione della ‘figura domestica’ del cane nel periodo compreso fra tarda-repubblica e inizio-impero.
Testimonianze iconografiche, rinvenute nei siti archeologici, e diversi autori classici esprimono il rapporto fra l’uomo e il cane in età romana. Dalle fonti sappiamo che nel 28 d.C., durante il principato di Tiberio, il cane di uno dei condannati a morte per motivi politici non si allontanò dalla cella del suo padrone sino al giorno dell’esecuzione e né, successivamente, abbandonò il suo corpo, privo di vita, gettato a terra. Uno dei presenti diede del cibo al cane che lo portò davanti alla bocca del morto e quando il cadavere fu gettato nel Tevere, l’animale si tuffò nel tentativo di sostenerlo mentre tanta gente si commuoveva per quei gesti simili a quelli di un essere umano10 .

*Archeozoologo

Note:

1 A. Maiuri 1886, p. 53.
2 G. Stefani 2010, p. 2.
3 A. Maiuri 1986, p. 53
4 U. Pappalardo 2007, pp. 42-43.
5 G. Stefani 2010, p. 2.
6 G. V. Pelagalli, C. Giordano 1959, p. 175.
7 R. ‘Etienne 1966, p. 28.
8 Col., De re rustica, VII, 12.
9 G. Stefani 2010, p. 2.
10 Plin., N. H., VIII, 145


 

Bibliografia
R. ‘Etienne, La vie quotidienne à Pompéi, Parigi 1966.
G. Plinio Secondo detto Plinio il Vecchio, Storia Naturale.
L. Giunio Moderato Columella, L’arte dell’agricoltura.
A. Mauri , Pompei, Istituto Poligrafico Zecca dello Stato, Roma 1986.
U. Pappalardo, Archeologia pompeiana, Napoli 2007.
G. V. Pelagalli, C. Giordano, Cani e canili della antica Pompei, in Atti dell’Accademia Pontaniana, VII, Napoli 1959, pp. 165-201.
G. Stefani, I calchi, Electa Mondadori, Napoli 2010.



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