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Salvataggio di un arto

di Alessandro Sica


Oggi vi presentiamo Billy, un cane meticcio maschio di due anni di piccola taglia, protagonista di una terribile storia che fortunatamente ha avuto un epilogo a “lieto fine” ma che in diversi momenti ha fatto pensare al peggio.Eppure quella sera, quando tuttoè iniziato, quando il nostro amico è uscito dal cancello di casa, nessuno della sua famiglia umana poteva immaginare che stava per incominciare un lungo e doloroso calvario; come sempre, essendo ben educato e conosciuto da tutto il vicinato, Billy era uscito da solo per una passeggiatina dopo cena per sgranchirsi un po’ le zampe ed espletare i bisogni fisiologici prima di tornare a casa per la notte. Purtroppo però, il destino aveva altro in programma e appena girato l’angolo, il tranquillo e mite cagnolino si era imbattuto in un branco di randagi che senza neppure dargli il tempo di fuggire lo avevano circondato e aggredito per sbranarlo; ridotto in brandelli ed in una pozza di sangue, sfinito da profuse emorragie per le profonde ferite subite, Billy, che non aveva nessuna intenzione di morire senza neppure salutare per l’ultima volta la sua famiglia, si era trascinato fino all’ androne di casa dove la sua mamma umana, preoccupata per l’insolito di ritardo nel suo ritorno, era nel frattempo scesa a cercarlo.
Stremato e sfinito, madido di sangue e con una zampa praticamente tranciata, il nostro eroe era stramazzato al suolo prima ancora che la sua padroncina lo raccogliesse e cominciasse una corsa contro il tempo per cercare di salvargli la vita portandolo in piena notte al Pronto Soccorso Veterinario; qui Billy veniva subito intubato e per correggere la gravissima anemia acuta gli veniva praticata una emotrasfusione che permetteva di stabilizzare le sue funzioni emodinamiche. Le sue condizioni erano da subito risultate critiche e l’entità delle ferite subite non lasciava molto spazio all’ottimismo; in particolar modo, la zampa posteriore destra, scarnificata fino all’osso, sembrava destinata all’amputazione.

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Figura 1                                                                 Figura 2

I giorni passavano ed il nostro amico combatteva con il coraggio di un leone tra la vita e la morte mostrando lenti ma progressivi miglioramenti che lo portavano, in tempi sbalorditivamente brevi, a riprendere a mangiare e bere spontaneamente; purtroppo, le sue capacità motorie sembravano irrimediabilmente compromesse e l’amputazione dell’arto ferito, nell’ottica di prevenire gangrene o infezioni, appariva l’unica terapia praticabile. Tutti i tentavi fatti fino a quel punto (“debridement” chirurgico delle ferite, bendaggi umidi protettivi, antibioticoterapia sistemica e topica) per salvare l’arto non avevano dato i risultati sperati e le aree di necrosi sembravano prendere il sopravvento.

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Figura 3                                                                                                Figura 4
Eppure Billy, la sua forza ed il suo coraggio, avevano altri programmi; nonostante gli insuccessi, in barba alle indicazioni logiche e cliniche, il nostro amico cominciava a mostrare piccolissimi segnali di ripristino della funzionalità come movimenti lievissimi delle dita e della regione del tarso e tutto ciò era più che sufficiente a convincere i medici a perseverare nella soluzione conservativa. Quasi per miracolo, dopo settimane di medicazioni, fasciature, pulizie, come germoglio nel deserto cominciava a comparire quello che dai chirurghi plastici è ritenuto il caposaldo nonché il “primum movens” di ogni tecnica ricostruttiva: dai punti più profondi delle lesioni faceva finalmente capolino tessuto di granulazione che in breve tempo riempiva gli spazi morti e soppiantava le zone necrotiche. Tutto definitivamente risolto? Niente affatto! Un ultimo ma apparentemente insormontabile problema residuava: come ricostruire i tessuti superficiali ed in particolar modo la cute nella regione interessata? Come poter suturare una ferita così ampia? Quale chirurgia plastica mettere in atto? A queste domande, che a noi operatori parevano quesiti irrisolvibili, il piccolo grande Billy aveva già deciso di dare soluzione; in una delle tante medicazioni durante le quali lui, sempre buono e paziente si lasciava manipolare pancia all’aria, metteva in evidenza una regione che fino a quel momento ancora non avevamo considerato come sito donatore per ottenere una superficie cutanea sufficientemente estesa da poter utilizzare per suturare la ferita. La sua regione mammaria ipsilaterale alla zampa interessata, dotata di propria vascolarizzazione e innervazione, opportunamente isolata “a penisola” (lasciata cioè ancorata per un lato “pivot” e trasposta sulla lesione), rappresentava un rimedio molto poco traumatico con cui porre fine alle sofferenze e alla lungodegenza di Billy. Detto fatto, portato in sala operatoria tutte le ferite venivano ricostruite ed il nostro piccolo grande eroe superava l’ennesima sfida col destino non troppo benevolo.

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Le suture venivano rimosse dopo 15 giorni e non si repertava nessuna area di deiscenza nè sulle ferite ricostruite nè sulle aree mammarie utilizzate come sito donatore. Il recupero funzionale dell’arto era notevole anche grazie all’ottima gestione pre-operatoria che aveva consentito al tessuto di granulazione di circoscrivere e proteggere il tendine di Achille evitando condizioni (vedi l’appoggio plantare) che avrebbero probabilmente indirizzato verso l’amputazione. I movimenti della zampa interessata, pur limitati in ampiezza e direzione, consentivano in ogni caso un utilizzo della stessa pressocchè normale cosa che permetteva al nostro protagonista una ripresa all’insegna della libertà e dell’autonomia.




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