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Nostro fratello animale e i suoi angeli custodi

di Salvatore PRISCO*


PRISCOGli animali son creature di questa terra, sono nostri fratelli e quindi non è che si devon considerare oggetti a nostra disposizione, sono esseri viventi che hanno la capacità di amare e di soffrire e quindi dobbiamo trattarli proprio come fratelli, come fratelli minori. Noi abbiamo un cervello più potente, però questo non vuol dire che, per tale motivo, dobbiamo abusare di loro.
MARGHERITA HACK
Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature, specialmente messer lo frate Sole, lo qual è jorno et allumini noi per lui
FRANCESCO D’ASSISI, Cantico delle Creature.

1. – L’affettuosa insistenza e poi la pazienza degna di Giobbe del direttore della rivista Giuseppe Lucibelli verso un suo amico di scarse competenze in materia, ma cinofilo ed inoltre vegetariano per scelta etica e culturale, oltreché per convinzioni salutiste, mi estorce un contributo per il suo periodico che tenga conto del vissuto personale dello scrivente e che, com’è peraltro inevitabile, non riesce a prescindere dalle professioni esercitate di avvocato e di docente universitario di diritto pubblico. Quanto al primo aspetto, il vero animalista di famiglia era mio fratello Enrico, colto e bravo pediatra, che era solito dirmi che “Chi non ama gli animali non può curare i bambini, perché di entrambe le categorie di esseri deboli deve saper interpretare i sintomi di sofferenza da segni non verbali”. Lui era stato a lungo incerto se iscriversi a medicina veterinaria e comunque curò sempre sulla base di questa filosofia – i suoi cani e gli uccelli: aveva una stanza vicina allo studio adibita a voliera e fu anche presidente dell’associazione locale (noi siamo di Torre Annunziata) dell’associazione ornitologica. Abbiamo poi avuto cani fin dalla nostra adolescenza: la tenera Lady, il suo battagliero figlio Pippo, l’aristocratico cocker Fog (che ci era stato regalato cucciolo, noi per scelta preferivamo i meticci o “bastardi”: cani più forti e temprati di quelli da salotto, perché nati da mescolanze di sangue e di razza e per noi il segno che non occorre avere il pedigree per farsi amare e questo vale per i cani come per i “cristiani”), poi per lui l’hasky Gioia che portava con sé in auto durante le visite: i suoi piccoli pazienti lo chiamavano infatti “il dottore col cane” – e tanti pastori maremmani, per me e mio figlio la piccola e festosa Funny, l’unica che ancora vive. Potrei e forse dovrei narrare qui le imprese di ciascuno di loro, ma mi commuoverei e un bravo scrittore – diceva Gide – fa emozionare, ma mantiene il ciglio asciutto. Compagni di vita, comunque, certo non “cose animate e mobili”, come questa categoria di esseri viventi sembrava a Kant. Sono loro, più che i miei stessi simili, che mi hanno insegnato nel tempo a coltivare la sensibilità verso chi “capisce” e si fa capire solo con uno sguardo, sono loro che mi hanno fatto intendere davvero che cosa sia la fedeltà umile e che trasmette gioia, certamente non gli umani. Mi viene in mente Seneca, quando – nella quarantasettesima delle Lettere a Lucilio – elogia l’amico per il modo in cui tratta i suoi servi di casa, immaginando un dialogo tra chi critica come strano questo animo liberale e chi al contrario lo pratica: “ ‘Sono schiavi.’ ‘ No, sono uomini’. ‘Sono schiavi’ ‘No, vivono nella tua stessa casa’. ‘Sono schiavi’. ‘No, umili amici’. ‘Sono schiavi’ ‘ No, compagni di schiavitù, se pensi che la sorte ha uguale potere su noi e su loro’ ”.

2 – Si fa fatica a crederlo, di fronte alle immagini di muri eretti per separare due popoli o di recinzioni di filo spinato sistemate a respingere intere popolazioni migranti, ovvero di una fotoreporter che sgambetta un uomo con un bambino in braccio, mentre i due avanzano verso la faticosa conquista di una sperata libertà. Si resta increduli, al confronto con notizie di pedofilia, stupri etnici, violenze alle donne e stragi di integralisti che si riparano dietro a una fede religiosa male intesa e peggio praticata. Il fatto è, però, che – mentre mille episodi confermano il degrado della dignità umana come valore effettivamente sentito e vissuto, non solo declamato – una parte della filosofia contemporanea e di conseguenza anche i giuristi riscoprono i diritti degli animali, appunto la loro specifica dignità. Questa paradossale proporzione inversa tra percezione della dignità umana e animale non è del resto nuova, dalle raffigurazioni di antiche divinità con testa non umana in pitture di Paesi che pure praticavano la schiavitù al vegetarianesimo di Adolf Hitler, il cui Terzo Reich conobbe un’avanzata legislazione di protezione animale, mentre promuoveva i campi di sterminio, cercando di perseguire in entrambi i casi la “purezza della razza” e lo sterminio dei “malriusciti” e dei “bastardi”. Riscoperta dignità degli animali non umani, va precisato, cioè di esseri che hanno insomma istinto e non raziocinio (l’uomo è un animale, diceva Arnold Gehlen, ma beninteso di cultura), e che assai spesso sono migliori, si può sospettare, degli animali umani, posto che l’istinto – a studiarlo scientificamente – innesca dinamiche prevedibili e non controllabili (o non facilmente: lo si fa solo negli animali addomesticabili, in qualche modo deprivati dell’essenza ferina), mentre la Storia dimostra purtroppo con abbondanza di esempi come tra gli uomini spesso “il sonno della ragione genera mostri”. La grande astronoma e animalista Margherita Hack, vegetariana da sempre e che si definiva atea (ma precisando che a rigore anche l’ateismo è una specie di religione, come lo è quella di chiunque declini una convinzione mai percorsa da dubbi), in nome della idea riportata in esergo e avvertiva la com-passione tra le specie animali viventi e – come si legge – riteneva gli animali non umani “fratelli minori” da rispettare, da parte di loro congeneri con “un cervello più potente”. Più potente, dunque anche in ipotesi più cattivo e certo permeabile da un male non innocente, come invece è sempre quello degli animali quali noi li definiamo comunemente, che non sono responsabili delle sofferenze che eventualmente infliggano, perché dominati solo dalla pulsione alla sopravvivenza. Nell’esperienza cristiana medievale, d’altronde, è noto che Francesco di Assisi lodava il Signore “cum tucte le creature”, dunque anche attraverso gli animali sentiti quali fratelli, lui che – per noi una lezione di straordinaria modernità – aveva ammansito il lupo (Felice Accrocca, Francesco e il lupo, in Credere oggi, n. 162/2007, 61 ss.; ma l’intero numero – come si vedrà da altri richiami – è dedicato a I Santi e gli animali e contiene gli Atti di un convegno di Sanzeno, in Val di Non, dello stesso anno) e dialogato col Sultano, entrambi simboli di “diversità”, come non vanno del resto trascurati altri episodî agiografici in tale direzione (si vedano Andrea Zanotti, San Romedio e l’orso: leggenda e simbolo, ivi, 50 ss. e Antonio Rigon, Sant’Antonio e gli animali, ivi, 67 ss.) . Tornando a Francesco d’Assisi, nel sito dei confratelli del suo luogo di elezione (anch’essi dunque oggi ammodernati) ’ si legge infatti che “Egli, se vedeva un vermiciattolo sulla sua strada si chinava a raccoglierlo e posarlo in luogo più sicuro perché non venisse schiacciato dai passanti perché il vermiciattolo gli ricordava Gesù di cui è scritto ‘io sono verme e non uomo…’. Zittiva le rondini perché, dopo averle ascoltate, voleva che dessero spazio a lui per parlare di Dio alla gente. L’agnello gli ricordava Betlemme ed il Bambino Gesù col suo belare; le allodole assomigliavano ai suoi frati che erano vestiti semplicemente di bruno, come loro”.
3. – Dietro concezioni antropologiche radicalmente opposte, si può intravedere un denominatore comune, che è la solidarietà di specie verso esseri – come lo è l’uomo – senzienti. Ad ispirare le riflessioni e le proposte di azione protettiva più recenti, come quelle degli statunitensi Tom Regan (I diritti degli animali, trad. it., Milano, 1990) e Peter Singer (Liberazione animale, trad. it, Milano, 1991), vi sono echi di filosofie che nel solo Occidente annoverano nientemeno che i nomi di Cartesio (per il quale l’animale era organismo meccanico), Kant (per il quale era un cosa oggetto di possibile dominio) e poi Rousseau, Voltaire e Nietzsche, che – prima di perdersi nella follia – provò a difendere a Torino un cavallo frustato dalle angherie del padrone carrettiere (si vedano per il dibattito filosofico Silvana Castignone, a cura di, I diritti degli animali, Bologna, 1984; ID., Povere bestie, I diritti degli animali, Venezia, 1997; ID., voce Diritti degli animali, in Enciclopedia delle Scienze Sociali, III, Roma, 1993, 10 ss. e Francesco Viola, Gli animali tra giustizia e diritti, Cinisello Balsamo, 2003, in Lodovico Galleni, Francesco Viola, Francesco Conigliaro, Animali e persone: ripensare i diritti, Cinisello Balsamo, 2003, 69 ss. Sull’episodio di Nietsche, seppure con qualche scetticismo, si veda Carlo Gambescia, Quando Nietsche abbracciò un cavallo, in Sylvae, rivista del Corpo forestale dello Stato, 11/2009, 39 ss., numero del resto dedicato interamente alla questione animale. Da ultimo si legga A. Pisanò, Diritti deumanizzati. Animali, ambiente, generazioni future, specie umana, Milano, 2012). In Italia, l’attenzione giuridica è risalente, fin dall’istituzione primo-novecentesca dell’Ente per la protezione degli animali. Si possono ricordare – per panorami che sintetizzano storia e sviluppi della tematica – le riflessioni riepilogative di Alessandra Valastro (Il maltrattamento di animali. Soggettività, Costituzione e tutela penale, Torino, 1996), di Francesca Rescigno, (I diritti degli animali. Da res a soggetti, Torino, 2005), il volume collettaneo La questione animale, a cura di Silvana Castignone e Luigi Lombardi Vallauri, compreso come quinto dell’opera nel Trattato di biodiritto, diretto da Stefano Rodotà e Paolo Zatti, Milano, 2013, ad oggi l’impresa editoriale più ricca di voci e problematica – alcune delle quali già in precedenza da chi scrive richiamate – in argomento) e, per due sintesi, il paragrafo finale della citata voce della Castignone, quanto al diritto comparato, nonché già prima la voce di Guido Casaroli, Animali (delitti contro il sentimento per gli), in S. Patti (cur.), Il diritto. Enciclopedia giuridica del Sole 24 Ore, Milano-Bergamo, 2007, I, 425 s. In sostanza, e per concludere sul punto, il dibattito sui diritti degli animali è alimentato da una ricca elaborazione teorico-filosofica e di etica applicata – di bioetica animale, nello specifico – che sottolinea una linea di continuità (o quantomeno di analogia in relazione al “sentire”) tra esseri viventi e fa oggi incontrare le varie e non sempre sovrapponibili voci del dibattito almeno su una esigenza condivisa: quella di un nuovo modo di guardare al rapporto tra animale-uomo e animale-non umano, che supera la mera strumentalità del secondo rispetto al primo e impone una riflessione tanto sul versante dell’uso alimentare degli animali, quanto su quello del loro impiego a fini di sperimentazione (si leggano ad esempio, sull’evoluzione del pensiero laico e di quello religiosamente orientato, sotto questi profili, Luigi Lombardi Vallauri, Animali: istruzioni per il non uso, in Credere oggi, cit., 93 ss. e ivi anche Giuseppe Pallante, Quale uomo? Quale animale? Un contributo allo studio della relazione uomo-animale, 109 ss. e Fulco Pratesi Uomo e animali. Il punto di vista dell’ecologista, 121 ss., cui si aggiungano ancora Luisella Battaglia, Un’etica per il mondo vivente. Questioni di bioetica medica, ambientale, animale, Roma 2011; Simone Pollo, L’etica animale, in APhEx, 4/ 2011, 186 ss. e Tatiana Guarnier, Dignità animale. Profili e problemi di tutela giuridica nel diritto e nella giurisprudenza, e-book, Firenze, 2013), senza contare inoltre anche aspetti ulteriori, come l’impiego ludico degli animali – spettacoli circensi, corse e combattimenti di cani o di altre specie – o la loro raccolta in giardini zoologici, che la tradizione votava al desiderio di suscitare meraviglia.
4. – Sia che si accolgano queste sollecitazioni, sia che la figura del medico veterinario venga inquadrata come tecnico operante all’interno del processo produttivo tradizionale, cruciale nella catena alimentare e nell’equilibrio ambientale (si veda in termini il Rapporto Nomisma su La professione medico-veterinaria. Prospettive future, Roma, 2014), sia infine che si sottolinei la funzione ineliminabile di aiuto, in un dimensione quantitativa del problema che è stata “fotografata” nel dato per cui si calcola che una famiglia su due possegga un animale domestico, oggi comunque – come è stato sottolineato – “la sfida a cui è chiamata la professione veterinaria è di estendere l’indagine al di là delle tradizionali problematiche applicative concernenti la salute fisica dell’animale, verso una riflessione più ampia inerente i nuovi traguardi del sapere in campo biomedico e le loro ripercussioni nel contesto sociale e culturale, nonché nell’ecosistema” (così Massimo Castagnaro, Bartolomeo Biolatti, Gabriele Bono, Marco Martini, Barbara de Mori, Rosagemma Ciliberti, L’importanza dell’insegnamento della bioetica animale nelle Facoltà di Medicina Veterinaria, ne Il progresso veterinario, 1/ 2007, 22 ss., 24 per la citazione) e sempre la stessa fonte mette in rilievo che “il medico veterinario (si trova) nelle condizioni di rivestire il difficile ruolo di mediatore”, qui definito anche “delicato e controverso” che viene a svolgere “tra le differenti – e spesso confliggenti – istanze che coinvolgono l’uomo e l’animale”.
Leges sine morbus vanae, diceva il poeta latino Orazio e cioè “la legge non basta” (ma è un sostegno, aggiunge chi scrive), “se non evolve il costume”, in definitiva se non si arricchiscono la cultura e la sensibilità.
A questo obbiettivo possono molto avvicinare i medici veterinari consapevoli, per cui (chiudendo in un modo che si riallaccia al tono intimistico con cui esso era iniziato e forzando solo di poco, ma poi non tanto, i dati di realtà, se è vero che gli insegnamenti di diritto e bioetica animale stanno ormai diffondendosi nella loro formazione accademica) si può concludere come da titolo: essi sono – e sempre di più è auspicabile che diventino – non i cooperatori all’eliminazione, ma gli angeli custodi di nostro fratello – nella dignità comune con la nostra di essere vivente e senziente – animale.


* Docente universitario di Diritto pubblico – Giornalista de “Il Corriere del Mezzogiorno”




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