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La tosatura delle pecore in epoca romana: il tosatore, le forbici e il taglio del vello

di Michele Di Gerio*


 

Intorno al VII secolo a.C., i Geti e i Nomadi, due popoli stanziati rispettivamente a nord del Danubio e in Africa settentrionale, utilizzavano quasi esclusivamente il latte delle pecore per nutrirsi poiché ignoravano il frumento; soprannominati “bevitori di latte” da Erodoto ed Euripide, non sfruttavano l’allevamento ovino traendone profitti (1). Per i romani e per altre civiltà, l’allevamento delle pecore, invece, grazie alla produzione di carne, lana, latte e i suoi derivati, rappresentava una fonte di reddito quasi al pari di quello bovino. Gli archeologi hanno portato alla luce numerosi reperti ossei ovini che attestano l’elevato numero di greggi presenti nelle aree rurali romane.
Di maggiore rilevanza godeva la produzione della lana e nei primi secoli della storia di Roma il vello si strappava dal corpo degli ovini anziché tagliarlo difatti il termine “vello” deriva da “vellere”, verbo latino che significa “strappare” o “tirare”. Tale tecnica, nei territori distanti dai circuiti commerciali non fu abbandonata neanche quando si diffuse l’utilizzo delle forbici per tosare (2). Prima degli “strappi” gli animali erano tenuti a digiuno per tre-quattro giorni poiché si credeva che in stato di prostrazione le radici dei peli fossero più deboli e facilitavano l’estirpazione.
A seguito dell’affermazione della tosatura, la figura del tosatore divenne l’inizio di un processo industriale che portava alla realizzazione di indumenti, tappeti e imbottiture per materassi. I primi tosatori operarono in Sicilia e giunsero nella penisola italiana intorno al IV secolo a.C. condotti da P. Titinium Menam; l’evento, considerato memorabile, fu attestato da un’epigrafe repubblicana nella cittadina di Ardea, a poca distanza da Roma (3).

1. La lapide del tosatore L. Curius Nepos

Fig.1 – La lapide del tosatore L. Curius Nepos

Conosciamo il tosatore L. Curius Nepos grazie a un’iscrizione scolpita sulla sua lastra sepolcrale (fig. 1), rinvenuta nel corso di scavi archeologici: visse nel I secolo d.C. e svolse la sua attività nelle aree rurali intorno ad Aquileia, nell’odierno Friuli. Inoltre, sulla tomba sono presenti un fascicolo per appuntare i dati relativi alla tosatura e una forbice, l’attrezzo indispensabile per il suo lavoro (4)  che, compariva, insieme a strumenti chirurgici, anche sulle lapidi di coloro che in vita avevano svolto la professione medica.
In alcuni siti archeologici sono venute alla luce forbici in bronzo e in ferro adoperate per la tosatura delle pecore; fabbricate insieme ad altri attrezzi da lavoro, costituivano un interessante manufatto. A Ostia, intorno al 10 secolo d.C., operavano Verrius Evelpistum e L. Arrius Ermetes, artigiani specializzati nella produzione di mannaie da macellaio, coltelli, martelli, incudini, seghe, strumenti chirurgici e forbici per diversi usi che includevano anche quelle per tagliare il vello (5). Queste ultime si realizzavano modellando un unico pezzo di bronzo o di ferro e le parti deputate al taglio, nei reperti rinvenuti, hanno la forma di due trapezi azionati da una struttura a forma di ferro di cavallo allungato (fig. 2).  Non garantivano un taglio preciso poiché erano prive di un perno centrale e di anelli da presa come quelle moderne. Per l’affilatura si utilizzavano particolari pietre, quella migliore, secondo Plinio il Vecchio, proveniva da Laminio, una località iberica (6) .
Le due tipologie di forbici hanno resistito diversamente alle ingiurie del tempo, al sotterramento nonché alle alterazioni ambientali: quelle in bronzo, per le particolari caratteristiche della lega, mostrano un aspetto simile a quello originale mentre quelle in ferro hanno la forma alterata a causa del deterioramento subito dalla ruggine.
A fine inverno, il tosatore, supportato da uno o più assistenti, gli stessi che si occupavano della gestione del gregge e presenti anche durante la tosatura, controllava se la cute degli ovini presentava ferite o rogna. Le ferite si curavano cospargendole di pece liquida (7) mentre per la rogna spesso si adoperava l’allec, derivato dalla preparazione del garum, salsa prodotta macerando col sale alcune specie di pesci. Con un bisturi si praticava una minuscola incisione sull’area di cute interessata dove si immetteva l’allec (8). Nelle numerose anfore, stivate nei relitti di navi mercantili romane, sono stati ritrovati notevoli quantitativi di garum ed allec che rappresentavano prodotti di origine animale le cui industrie erano localizzate in diverse località mediterranee.

2. Una forbice per tosare rinvenuta in una casa distrutta dall'eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

Fig. 2 – Una forbice per tosare rinvenuta in una casa distrutta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

Dopo gli interventi sanitari, iniziava il taglio del vello che si eseguiva una volta all’anno (9), tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate, invece, le pecore con i peli di maggiore spessore si tosavano nel corso dell’estate. Alcune popolazioni iberiche tagliavano il vello semestralmente, sperando di avere una maggiore produzione di lana. In ogni caso, gli addetti lavoravano nel corso di belle giornate dalle dieci del mattino sino alle quattro del pomeriggio. Sotto le pecore si ponevano ampie coperte per recuperare anche il più minuscolo bioccolo di peli. Il primo vello tagliato, bagnato di sudore, era definito sucida (umido) e, secondo gli autori antichi, era proprio il sudore a rendere la lana più soffice e migliorarne il colore donandole sfumature consone al suo utilizzo finale. Capitava che le forbici, a causa delle loro instabilità, provocavano qualche ferita sulla cute.
A fine tosatura si creava una patina protettiva sulla cute degli ovini applicando un preparato fatto da vino e da olio, dove, a volte, erano aggiunti cera bianca e grasso di maiale (10). Mentre, per proteggere dalla rogna le pecore tosate, si utilizzava un miscuglio realizzato con l’acqua residua della cottura di lupini, la feccia di vino e la morchia decantata che veniva applicato sulla loro cute; poi, gli animali, condotti in spiaggia, erano immersi nell’acqua salata del mare (11).
La grande massa di vello era raccolta e trasportata in ampie vasche dove si lavava con accuratezza per eliminare il sudiciume utilizzando acqua calda e sostanza detergenti come la soda e l’urina. La lavorazione e la trasformazione in prodotti finiti avvenivano in officine specializzate (12).

*Archeozoologo


[1] Hdt, Historìai, 216, 4 Eurip.,Elèktra, 169,
[2] Plin., N.H., VIII,191.
[3] Varr., De re rustica, II, 11, 9-10.
[4] A. Buonopane 2013, p.75.
[5] C. Pavolini 1986, pp. 56-58.
[6] Plin., Nat. Hist., XXXVI, 165.
[7] Varr., De re rustica, II, 11, 6-7.
[8] Plin., N.H., XXXI, 96
[9] Col., De re rustica, VII, 4,7.
[10] Varr., De re rustica, II, 11, 6-9.
[11] Cato., De agri cultura, 96, 1-2.
[12] D’Orazio L.; Martuscelli E. 1999, p.92.

 

Bibliografia

A. Buonopane, Le raffigurazioni di utensili nelle iscrizioni funerarie: da immagini parlanti a simbolo, in Sylloge Epigraphica Barcinonensis, 11, 2013, pp.73-82.
D’Orazio L.; Martuscelli, Il tessile a Pompei: tecnologia, industria e commercio, A.Ciarallo, E. De Carolis (cur.) in Homo faber. Natura, scienza e tecnica nell’antica Pompei, Napoli 1999.
Erodoto, Storie
Euripide, Elettra
L. Giunio Moderato Columella, L’arte dell’agricoltura
C. Pavolini, Ostia antica, Bari 1986
G. Plinio Secondo detto Plinio il Vecchio, Storia Naturale
M. Porcio Catone detto Catone il Censore L’agricoltura
M. Terenzio Varrone, Sull’agricoltura.



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