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“Il Trentottesimo Elefante” di Lucio Sandon

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Il villaggio, se lo si cerca accuratamente sulla carta geografica, si trova nel nord dell’ Afghanistan, al confine con il Turkmenistan: non è precisamente quello che si dice in culo al mondo, ma con ogni probabilità ci è molto vicino. Maricaq sorge, per modo di dire, nel punto dove finisce la vallata, la valle è nascosta in mezzo a montagne desertiche, ed è attraversata dal corso del fiume Murghab. Tutt’intorno, il nulla assoluto. Il villaggio è appollaiato su una piccola altura, e guarda
delle basse colline coltivate a grano e meloni, poste a nord della valle. In quei luoghi dimenticati dalla civiltà, la vita è sempre stata di una semplicità biblica: gli adulti lavoravano nei campi e i bambini pascolavano gli animali. Nessuno di loro aveva mai saputo cos’era la corrente elettrica, niente acqua corrente, niente telefoni, cellulari, orologi. Niente. Lo spazio era misurato dal tempo che impiegano un uomo o un asino ad arrivare a destinazione, e il tempo veniva scandito dall’arco
del sole. Nessuno aveva mai sentito parlare di qualcosa che si chiamasse governo, e nemmeno del progresso. Tantomeno poi della rivoluzione. I Talebani, per quei poveri contadini analfabeti, erano semplicemente degli studenti del Corano che si erano organizzati per difendere la popolazione inerme dai soprusi dei signori della guerra. O perlomeno i contadini così avevano sentito dire dai talebani. Poi vennero gli stranieri. Quando Hanibal vide per la prima volta gli stranieri, pensò che si trattasse della vendetta di Dio per la malvagità: vennero dal cielo, e si lasciarono dietro di loro solo sangue, fumo e macerie. Era il primo pomeriggio di un venerdì, e a
quell’ora Abdhul, il patriarca, pregava il dhuhr, la terza preghiera islamica della giornata, con il volto rivolto a Ovest, verso la Mecca. Sarebbe stata la sua ultima preghiera. Insieme lui, nella stanza, c’erano suo figlio Abdhul, di trent’anni e suo nipote Faisal, di un anno e mezzo. Abdhul era l’unico componente della famiglia che si fosse mai allontanato dalla sua valle: aveva lavorato per anni come autista, guidando camion che trasportavano papaveri, per una paga da fame. L’unico lavoro che era riuscito a trovare, per mandare qualche soldo a casa. Lui viaggiava dalla valle della Beqa’a, che si trova in Libano ma sta sotto il controllo degli Hezbollah, il Partito di Dio, verso Damasco. Nella valle, il “papaverum somniferum” viene coltivato estestamente, lavorato, trasformato in oppio e poi in eroina, a beneficio dei suoi estimatori in tutto il mondo occidentale. Questo avveniva dieci anni prima, ma il nome di Abdhul era rimasto negli schedari dei servizi segreti occidentali come pericoloso terrorista. La punizione per la sua colpa, arrivò dal cielo, improvvisa come un temporale d’estate, ma stavolta il tuono venne insieme al fulmine. Il primo missile intelligente li uccise sul colpo, senza preavviso. Con loro c’era anche un’altra figlia di Abdhul, la piccola Yasmeen. Yasmeen, il fiore del gelsomino, aveva sei anni. Quando tutto tremò, Yasmeen corse come il vento, ma una scheggia più veloce di lei la centrò in pieno, uccidendola in modo intelligente, senza farla soffrire. La seconda bomba, intelligente anch’essa, centrò la stanza vicina qualche secondo dopo, e non ci fu nessuna possibilità per Fawziya la moglie del patriarca, per suo figlio Hamyd di quindici anni, e per le due nuore Bahe’era e Asma. Ancora vivi, ma feriti, c’erano tre fratellini di due, sei e dodici anni: Iders, Uzuri e Hanibal, i figli di Bahe’era. I vicini, accorsi sentendo i boati e alla vista del fumo nero, scavarono a mani nude tra le macerie, li trovarono e li caricarono sull’unico mezzo di trasporto che avevano. Gli asinelli furono l’ambulanza che li portò al primo e unico posto che venne loro in mente, la base degli italiani a BalaMurghab.

Lucio Sandon
Nato a Padova il 31/05/1956 si è lauerato in Medicina Veterinaria presso l’ Università delgi Studi di Napoli nel 1982.
Iscritto all’ Ordine dei Medici Veterinari di Napoli dal 1983.
Ha pubblicato anche “Animal Garden”, La Caravella Editrice e “Vesuvio Felix” , Kairòs Editore.




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