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I versi del professore

Copertina libroFrancesco Lamagna è Professore Straordinario presso il Dipartimento di Scienze Cliniche Veterinarie, Sezione Clinica Chirurgica, della Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università “Federico II” di Napoli. Si è laureato con lode a Napoli in Medicina Veterinaria nel 1981. Ricercatore presso l’Istituto di Clinica Chirurgica Veterinaria di Napoli dal 1984 al 1998. Nel 1998 è stato nominato Professore Associato per il settore Vet/09 – Clinica Chirurgica Veterinaria, presso il Dipartimento di Scienze Cliniche Veterinarie di Napoli. Nel luglio 2003 ha conseguito l’idoneità a Professore Ordinario.

E’ autore di 95 pubblicazioni scientifiche su atti congressuali, riviste nazionali e internazionali. Ha curato, in collaborazione, l’edizione italiana del trattato “Pathophisiology in small animal surgery” di MJ Bojrab, titolo italiano “Le basi patogenetiche delle malattie chirurgiche nei piccoli animali” ed. Giraldi, Bologna 2001.

Grande appassionato del mare, della vela… e della poesia. Un’eredità genetica, molto probabilmente. Il padre amava scrivere poesie in vernacolo. E sotto questo aspetto lo presentiamo ai nostri lettori. Nelle vesti di poeta. Un evento drammatico, la morte della madre, ha scatenato in lui un vortice di sensazioni, emozioni, riflessioni, sentimenti. La traduzione in versi è stato un passaggio naturale. Intensa la produzione di poesie. Ne scrive tante che, alla fine, viene convinto, da amici e conoscenti, a pubblicare un libro: Serraglio. Edito da “Il filodipartenope” nel 2013. Un titolo appropriato per mettere al “riparo” dalla polvere del tempo, per custodire per sempre i suoi mirabili versi.

SerraglioPoesie che si lasciano leggere e lasciano sempre il segno. Sono tutte caratterizzate da una profondità d’animo, riconosciuta a Francesco anche dai critici letterari, e riflettono storie, paesaggi, vite, pensieri di tutti i giorni. Questa è la bella prefazione di Stella Cervasio, giornalista del quotidiano “la Repubblica”.

Sono poco attratta dalle persone, più dagli animali.

Rappresentano un mondo che abbiamo perso e cerco di recuperarlo da quando ero molto piccola. Non ho cominciato con cani e gatti, ma con un cardellino e una giraffa. Nella mia vita, di collialti ce ne sono stati due, quella dello zoo di Napoli e quella di Nairobi, che si chiamava Butterfly, e che non dimenticherò mai.

Tuttavia ci sono persone sciamane, che non parlano di animali ma parlano con gli animali.

Nelle donne tutto è falsato dal maternage.

Ma vedere un uomo con la barba che tiene con una sola mano una gatta di un certo carattere – tutti i gatti hanno un certo carattere – attirando a sé il suo sguardo in un’attenzione che NESSUN gatto regalerà mai a nessuno, a differenza di un cane col quale da sempre siamo un unico organismo, ammetterete che è impressionante.

Mia madre quando era bambina, insieme a sua sorella Giulia ha conosciuto uno sciamano.

In quella comunità zooantropologica che era la casa con tanti animali di mio nonno Manlio, c’era stata una persona di fronte alla quale le galline – che pure a concentrazione non sono tanto brave – restavano immobili.

Alle bambine era sembrato un gioco di prestigio vederle nelle mani di quell’uomo taciturno con le persone, prodigo di gesti giusti con gli animali.

Scomposte, sospese in aria, una zampa a levante e una a ponente, così, senza una ragione, neppure quella che all’epoca era quella prevalente (per tutti tranne che per mio nonno Manlio): accompagnarle nella pentola.

Nanà, Olga e chissà quanti altri stavano così, sospesi nelle mani di Francesco Lamagna in quel mondo di mezzo dove la medicina buona li appoggia per qualche momento. Riesce così ad avvicinarceli ancora, e questa volta per sempre, finalmente.

Il mondo si divide in quelli che simettono al servizio degli animali e quelli che non fanno altro che asservirli.

Poi ci sono quelli che hanno dimestichezza con il “mondo di mezzo” dove abitano animali e persone che non sentono dolore perché comunicano tra loro.

Le parole di chi parla poco, nell’epoca in cui le parole ce le sentiamo camminare addosso, si ricordano di più. Una volta il professore Lamagna in camice bianco disse a una ragazza che portava un cane molto malato: “Noi non dobbiamo abusare della sua pazienza”.

Invece noi della loro pazienza infinita abusiamo sempre. Glia diamo la morte per futili motivi come la gola degli umani. E gliela rifiutiamo invece nell’unico caso in cui il sonno della fine per loro è dignità e libertà.

Tutto ciò per dire che il linguaggio poetico di Francesco Lamagna loro ed io lo conoscevamo già.

Questo testo è dedicato al Prof. Ed anche alla sua allieva Imma Della Valle, che ha preso su di sé tutto il dolore degli animali, e il nostro, per averla persa nella Terra di mezzo. Stella Cervasio

La biografia del prof. Lamagna, scritta di suo pugno, la troviamo in rete. “Nasco e vivo a Napoli, una vita dedicata alla scienza ed agli animali. Mi laureo con lode in Medicina Veterinaria nel 1981. Sono oggi Ordinario di Clinica chirurgica veterinaria all’Università Federico II. Mio padre scriveva poesie in napoletano. Nel marzo 2010 muore mia madre, mentre parlavo in camera ardente un amico mi disse che avrei dovuto scrivere… da quel giorno scrivo poesie intensamente.”

Ora vi proponiamo due poesie. Abbiamo scelto, tra le tante, Randagi e Dammi il modo (la sua preferita). Sono davvero tutte belle, da leggere e rileggere. Regalano emozioni con un linguaggio leggero, piacevole, fluido, ma sempre penetrante. Continua a scrivere, caro professore, perché la poesia è l’espressione letteraria più nobile ed elevata, che rende intelligibile lo slancio creativo ed il mondo interiore.

Randagi 13 novembre 2012

alle ore 22.25

Randagi, sotto i portici,

ai portali delle chiese,

rannicchiati ai loro averi,

nulla che valga, bottiglie vuote.

Randagi liberi, liberati,

più spesso abbandonati,

a se stessi, certo,

ma da se stessi, anche.

Randagi, felici,

infelici, assenti,

storie sconosciute,

tutte uguali ma diverse.

Randagi soli,

coppie di mistero,

gruppi talvolta,

e ascolti parole.

Randagi umani,

con cani randagi,

uguali destini,

insieme, nelle strade.

Randagi insieme,

cani ed umani,

non correre, guardali,

un difficile capire.

Occhi randagi, nulla chiedono

è questa la chiave,

l’adorazione nel cane

e nell’uomo … il suo mistero.

Dammi il modo 7 dicembre 2012

alle ore 17,07

Dammi il modo di amarti, amore mio,

rimanendo quello che amasti

da quel primo giorno,

senza sapere chi fossi.

Dammi il modo di essere in te,

pur apparendo altrove,

perché non sembro qui

ma non sono altrove.

Dammi il modo di gioire

anche se ti fa male,

di rimanere nudo

senza farmi vergognare.

Dammi il modo di respirare

senza toglierti il fiato,

anche se è dal tuo

che nasce il mio respiro.

Dammi il modo di camminare,

e di fuggir lontano

per donarci il desiderio

e il racconto al ritorno.

Dammi il modo, amore mio,

perché così mi avrai

e, seppur non tutto,

sarà sempre di più.




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