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“Codamozza”, un romanzo di Sergio Saggese

* di Maurizio Vitiello


“Codamozza”, un romanzo di Sergio Saggese, pubblicato da con-fine edizioni, di Monghidoro (BO). 

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 Un libro è o non è. 

Codamozza è una dichiarazione di amore, un grido disperato, una richiesta d’aiuto, una denuncia, un desiderio di speranza, e non solo. 

Tra malumori, corruzione, delinquenza, odio, cupidigia, ma anche amore per la cultura, amicizia, valori etici, Sergio Saggese ci racconta la sua Napoli e, per esteso, fotografa la situazione del nostro Paese in maniera ironica fredda e, allo stesso tempo, fiabesca. 

Sembrerebbe l’esordio di un film più che di una città con un esteso hinterland, quasi una buona visione! 

Sergio Saggese autore del libro Codamozza è nato a Napoli nel 1963; è laureato in Medicina Veterinaria; è illustratore, musicista e copywriter presso l’Agenzia PeepAll Communication. 

“Codamozza” unisce la “fabula” a un linguaggio fantasioso e “cartavetroso”, insomma che gratta il reale e lo situa su segmenti di riflessione per riportarci, appunto, il nostro vissuto quotidiano pubblico, che il “cinismo” fallace dei media ci manifesta, senza il candore di un possibile cambiamento. 

Un campo di sorci sorto in una Scampia, dove vivono i derelitti di questa storia senza speranze né sogni, nasconde la vita in corso di una Napoli reale ottenebrata dal potere, o meglio dalle inefficienze del potere. 

Saggese schizza con la storia dei due sorci amici-divisi – ma per quanto? – la parabola-apologo di una società disgregata, abulica, senza target coerenti, come la nostra, che solo nella controluce di una vicenda animale – come in una striscia di ‘Lupo Alberto’ – può essere compresa. 

Si serve, per comodo linguistico, dei suoi amati animali, che predilige, perché ritraggono, forse, ai suoi occhi degli amici-sentinelle, che ricordano a noi umani le nostre-loro fragilità, l’importanza di una solidarietà, non dettata solo da debolezza, e la grammatica fisio-cognitiva della sofferenza, che noi abbiamo dimenticato, come figli di un benessere alquanto altalenante. 

Fa questo servendosi di una lingua che usa le screziature e le contaminazioni di un dialetto, ancora sanguigno, per esaltare l’espressività della parola: saporita e indicativa di un cammino per tutti noi. “Perché al niente preferisco il dolore” (W. Faulkner). 

Insomma, libro da leggere, che indaga, di riflesso, una città, una metropoli, che ha sempre bisogno di cure, inguaribilmente “ferita a morte”.    

Napoli è una città, cmq straordinaria, ma tutta da comprendere, ma non da giustificare; città magica, città arcigna, città chiusa, città aperta, supercittà. 

Semplicemente Napoli deve credere in un futuro, senza le gore improduttive e le inutili appendici antropologiche che attualmente la soffocano. 

 




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