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CANI RANDAGI E RISARCIMENTI

di Enrico Fariello


cani-randagiQuei pochi Colleghi che mi conoscono sanno bene che mi sono dedicato sempre   – fin da studente allievo interno – all’ispezione degli alimenti,  ma nel corso dei tre lustri nei quali ho avuto l’onore (e l’onere!) di rivestire la carica di referente del Sindaco di Napoli in materia di igiene e sanità pubblica veterinaria sono stato chiamato ad affrontare anche argomenti e questioni di altre Aree che, non posso nasconderlo, mi hanno sempre egualmente interessato ed appassionato. Non me ne vogliano quindi quei tanti Colleghi che non mi conoscono se butto giù qualche rigo in un campo non “alimentare”: non vuol essere un’ intrusione in una competenza diversa dalla propria ma soltanto un’informativa, uno spunto di riflessione e di approfondimento.

Fino a qualche giorno fa le norme, praticamente, “obbligavano” il Comune e/o la A.S.L. a risarcire i danni provocati dai cani randagi: l’art. 2043[1]  del codice civile prevede che in caso di danno, con dolo o colpa, il danneggiato deve dimostrare non solo il fatto in sé, ma anche la condotta colpevole della controparte e l’art. 2051 [2] del codice civile impone il risarcimento per il solo fatto che un soggetto ha in custodia un oggetto (ad esempio la strada) o un animale;  in tal caso il danneggiato non deve provare nulla perché la responsabilità è presunta in automatico (la c.d. responsabilità oggettiva). Ritenere il Comune o l’Asl (a seconda di chi sia – in base alla legge regionale – il soggetto delegato al controllo del randagismo) responsabile “oggettivamente” per i cani randagi  equivale ad esonerare i cittadini dal dimostrare la colpa dell’Ente locale e, quindi, facilitare l’esito a loro favore dell’ azione legale.

La Corte di Cassazione Civile Ord. Sez. 3, con sentenza n. 18954/17 depositata il 31 luglio scorso [3], ha portato una dirompente novità con una sottile interpretazione dei citati articoli del codice civile.   Nel 2009 un automobilista ha citato in giudizio il Comune di Alessano (LE) – ove è accaduto il fatto – e la A.S.L. competente per territorio  per ottenere il risarcimento dei danni subiti dalla propria autovettura  in un incidente causato  – ha sostenuto – da un cane randagio che aveva improvvisamente attraversato la strada. La richiesta è stata rigettata dal Giudice di Pace ma il Tribunale cui il richiedente aveva proposto ricorso la ha invece accolta condannando il Comune al risarcimento riconoscendo la esclusiva responsabilità di quest’ ultimo. Avverso la sentenza sfavorevole il Comune di Alessano  è ricorso in Cassazione con una serie articolata di motivazioni. Gli Ermellini hanno preliminarmente chiarito che la responsabilità per i danni causati da animali randagi deve ritenersi disciplinata dalle regole generali di cui all’art. 2043 Cod. Civ. e non già da quelle dell’ art. 2052  Cod. Civ.: queste ultime non sono applicabili, così come pacificamente fino ad oggi si è spesso ritenuto, per analogia,   ai danni causati dagli animali selvatici, in considerazione della natura stessa di detti animali e dell’impossibilità di ritenere sussistente un rapporto di proprietà o di uso in relazione ad essi, da parte degli Enti pubblici preposti alla gestione del fenomeno del randagismo. Per individuare dunque con certezza  la responsabilità di tali Enti occorre una precisa individuazione di un loro concreto comportamento colposo; non è  possibile riconoscere, sentenziano gli Ermellini, una siffatta responsabilità semplicemente sulla base della individuazione dell’Ente cui la normativa nazionale e regionale affida in generale il compito di controllo e gestione del fenomeno del randagismo e neanche quello più specifico di provvedere alla cattura ed alla custodia degli animali randagi, in mancanza della puntuale allegazione e della prova, il cui onere certamente spetta al  danneggiato in base alle regole generali, della condotta obbligatoria esigibile dall’Ente e nella specie omessa e della riconducibilità dell’evento dannoso, in base ai principi sulla causalità omissiva ed al mancato adempimento di tale condotta obbligatoria. In altre parole per la Cassazione, applicandosi i principi generali in tema di responsabilità per colpa di cui all’art. 2043 Cod. Civ., non è sufficiente, per affermarne la responsabilità in caso di danni provocati da un cane randagio, individuare semplicemente l’Ente preposto alla loro cattura ed alla loro custodia, non essendo materialmente esigibile un controllo del territorio così penetrante e capillare ed uno svolgimento dell’attività di cattura cosi puntuale e tempestivo da impedire del tutto che possano comunque trovarsi sul territorio in un determinato momento degli animali randagi. Occorre dunque che sia specificamente provato dal danneggiato  che, nel caso di specie, la cattura e la custodia dello specifico animale randagio che ha provocato il danno erano possibili ed esigibili, e che l’omissione di esse sia derivata da un comportamento colposo dell’Ente preposto. Risultato: chi viene morso da un cane di strada o per causa di questo sbanda con l’auto deve provare la colpa del Comune che, pur sapendo della presenza dei randagi, non si è attivato. Bisogna quindi verificare se il Comune ha ricevuto segnalazioni ufficiali della presenza di animali randagi nella zona senza allertare l’A.S.L. affinché procedesse alla loro cattura. Nessun risarcimento spetta, insomma,  a chi sostiene di aver subito un danno da un  cane randagio ma non prova che nei giorni precedenti la presenza dell’animale in zona è stata segnalata all’Ente preposto e che questo non è intervenuto. Non conta neanche se testimoni confermino di aver visto il cane randagio “nella zona” nei giorni precedenti: perché il Comune risarcisca il danno occorre dimostrare di aver allertato l’amministrazione sulla presenza dell’animale. È impossibile del resto – sostiene la Cassazione – pretendere un controllo così penetrante nei confronti dei cani randagi che, per loro natura, si muovono sempre da una zona a un’altra. Chi viene morso da un cane di strada o per causa di questo sbanda con l’auto deve provare la colpa del Comune che, pur sapendo della presenza dei randagi, non si è attivato. Bisogna quindi provare di aver informato l’ Amministrazione sulla presenza dei randagi nella zona e che la medesima non si è adeguatamente attivata per la loro cattura. Cosa praticamente impossibile per chi, magari, non è del luogo e non ha mai affrontato, prima del giorno “fatale” il pericolo.


[1]Qualunque fatto doloso o colposo (che cagiona ad altri un danno ingiusto obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno.”

[2]Ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito

[3]http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dllverbo=attach&db=snciv&id=./20170731/snciv@s30@a2017@n18954@tO.clean.pdf




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