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ASPETTI CULTURALI ED ECONOMICI DELL’ALLEVAMENTO DI SPECIE ACQUATICHE NELL’ANTICHITA’

Michele Di Gerio*


Intorno al II millennio a.C., alcune popolazioni mediterranee praticavano la piscicoltura che rappresentava, oltre alla particolare sensibilità nei confronti delle specie ittiche, simbolo di fecondità, anche il legame col mondo acquatico, percepito come aspetto della natura avente diverse aree di mistero. Altre motivazioni alla base della piscicoltura sono riconducibili all’importanza avuta da alcune specie ittiche nell’ambito di cerimoniali religiosi dove, il consumo di pesce fresco da parte dei rappresentanti dei gruppi sociali dominanti, presenti ai riti, era sinonimo di ‘privilegio’[1].

1. La tilapia del Nilo

La tilapia del Nilo

Un allevamento di specie ittiche di significato religioso è rappresentato in un bassorilievo egizio, risalente circa al 2500 a.C., rinvenuto nella tomba di Aktihetep: un pescatore solleva una tilapia del Nilo da una raccolta di acqua con diverse specie ittiche. Non è escluso che la stessa tilapia del Nilo fosse considerata sacra infatti nella religione egizia diverse divinità si manifestavano con sembianze animali.

Molto tempo dopo, Platone, nel corso del suo lungo viaggio in Egitto, che secondo la tradizione si protrasse per ben tredici anni, riferisce della piscicoltura praticata sulle sponde del Nilo, nelle fontane delle città e negli stagni dei territori reali[2].

Anche presso i fenici diverse specie ittiche godevano di ‘sacralità’ e spesso facevano parte di cerimoniali religiosi. A Palermo, infatti, in alcune tombe di una necropoli punica, utilizzata dal V al III secolo a.C., sono stati rinvenuti, insieme ad oggetti appartenuti ai defunti, resti di sarago, labride e cernia deposti in preziosi contenitori[3].

Per un lungo periodo la consuetudine di allevare pesci, ma anche molluschi e crostacei, ha avuto importanti caratteri religiosi ma intorno al V secolo a.C. si affermarono le prime motivazioni economiche che portarono allo sfruttamento delle specie acquatiche in diverse aree mediterranee.

2. Archimede in una scultura del II-I secolo a.C. esposta al Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Archimede in una scultura del II-I secolo a.C. esposta al Museo Archeologico Nazionale di Napoli

I greci del V e del IV secolo a.C. utilizzavano bacini naturali, stagni o laghi, per allevare i pesci più comuni, mentre per particolari specie come le anguille, costruivano strutture artificiali[4]. Inoltre, anche nelle colonie greche di Siracusa ed Agrigento furono realizzati impianti per la piscicoltura. Probabilmente gli agrigentini del V secolo a.C. realizzarono vivai per specie ittiche[5] a causa della localizzazione della loro città che, edificata su due colline, il colle di Girgento e la Rupe Atenea, distava tre chilometri dal mare[6] rendendo difficoltoso un adeguato sfruttamento della fauna acquatica. Quando nel III secolo a.C. fu costruita la Syrakosía, la grandiosa nave di Ierone II, tiranno di Siracusa, nell’area prossima alla poppa fu creata una vasca per l’allevamento di specie ittiche che si consumavano nel corso della navigazione[7].

Da Moschione e Ateneo di Naucrati sappiamo che l’imbarcazione fu progettata da Archimede che ricoprì anche il ruolo di soprintendente ai lavori. La Syrakosía, concepita come un vero e proprio palazzo reale, concluse l’iter della fervida attività cantieristica siracusana negli anni in cui lo stesso Archimede aggiunse un altro capitolo fondamentale all’ingegneria navale con la teoria dei ‘corpi galleggianti’[8].

I romani, all’inizio del periodo monarchico, utilizzavano raccolte naturali di acqua dove allevavano, senza alcun criterio scientifico, specie ittiche che riuscivano a vivere ed a riprodursi. Più tardi, conoscendo meglio la fauna acquatica e i suoi habitat, realizzarono i primi impianti scavando nel terreno fosse di modeste dimensioni attorniate da un basso muro e riempite di acqua il cui ricambio veniva effettuato manualmente con grandi contenitori[9]. Era piscicoltura praticata con l’intuito e l’approssimazione ma già utile per l’allevamento di specie abbastanza comuni. Qualche secolo dopo, durante il periodo repubblicano, i laghi Velino, Sabatino, Bolsena e Cimino furono ritenuti ambienti adeguati per la vita e la riproduzione di alcuni pesci provenienti dall’acqua salata come le spigole e le orate; infatti, con le prime sperimentazioni, le loro uova furono raccolte in mare e depositate nelle acque lacustri dove si schiusero[10].

Licinio Murena, tra il II e il I secolo a.C., progettò e fece fabbricare i primi vivai per l’allevamento di pesci mediterranei ed atlantici realizzando vasche provviste di sofisticati sistemi per il ricambio idrico. Ben presto fu imitato da M. Lucio Filippo, Q. Ortensio Ortalo e L. Licinio Lucullo che realizzarono nelle loro ville marittime maestosi impianti per la piscicoltura. In particolare, Lucullo fece perforare una collina nelle vicinanze di Napoli per la costruzione di un canale che riforniva continuamente dal mare l’acqua necessaria al suo allevamento. L’opera, di vaste proporzioni, costò moltissimo al console romano.

3. Resti di affresco del I secolo a.C. rinvenuti a Baia

Resti di affresco del I secolo a.C. rinvenuti a Baia

Nell’ultimo periodo repubblicano, Gaio Irrio fu il primo costruire particolari piscine, annesse alla sua villa, per l’allevamento di murene[11]. Egli manteneva tali strutture dissipando rilevanti somme di denaro, infatti, i profitti della piscicoltura li utilizzava soltanto per le esigenze dei suoi allevamenti che, secondo le fonti, erano localizzate in Campania nella zona flegrea. In occasione del banchetto trionfale che Cesare organizzò nel 46 a.C., quando divenne padrone di Roma, Gaio Irrio gli donò alcune migliaia di murene[12].

Sergio Orata, anch’egli dell’ultimo periodo repubblicano, ideò e fece costruire nella vicinanze della sua villa di Baia le prime strutture per l’allevamento di ostriche, esclusivamente per motivi economici. Tale mollusco, molto richiesto dal mercato più raffinato, rappresentava uno status symbol per le riunioni conviviali dell’aristocrazia romana. Molto probabilmente, Orata, grazie a intelligenti operazioni commerciali riuscì a valorizzare le ostriche allevate nel lago di Lucrino che giunsero in molte città romane e in località oltralpe, sino alla Britannia. Inoltre, per rendere pregiate le ostriche di Brindisi, egli le fece giungere in Campania allevandole nel lago di Lucrino, divenuto ormai un marchio di esclusività e di qualità, tanto da trasformarle in merce richiesta e costosa[13].

Nel primo periodo imperiale, in molte villae marittime della costa tirrenica furono realizzati impianti per l’allevamento di specie acquatiche: alcuni hanno resistito alle ingiurie del tempo, altri sono scomparsi in seguito all’intensificarsi dell’azione antropica[14]. La realizzazione di tali impianti nello specchio d’acqua antistante le imponenti residenze marittime, fu un’iniziativa edilizia costante nel periodo storico che vide il tramonto degli ideali repubblicani e la nascita di una nuova classe sociale di estrazione equestre[15]. Anche se le fonti non danno precise informazioni, si ritiene che l’allevamento di specie acquatiche in strutture annesse o in prossimità di lussuose residenze sia stata una consuetudine delle corti ellenistiche già nel corso del III secolo a.C.[16].


[1] M. Salvadori, Architetture marittime del Mediterraneo: problemi di conservazione e di restauro archeologico, Napoli 2006, pp. 65-66.

[2] Mielsch H., La villa romana, Firenze 1990, p. 43.

[3] G. Purpura, Pesca e stabilimenti antichi per la lavorazione del pesce in Sicilia: San Vito (Trapani), Cala Minnola (Levanzo), in Sicilia Archeologica, XV, 1982, p.53.

[4] Mielsch H., op. cit., p. 22, 51.

[5] M. Salvadori, op. cit., pp. 65-66.

[6] F. Longo, Agrigento, in L. Cerchiai et al. (cur.), Città greche delle Magna Grecia e della Sicilia, San Giovanni Lupatoto (VR) 2007, p. 250.

[7] H. Mielsch, op. cit., p. 22.

[8] E. F. Castagnino Berlingieri, Archimede e Ierone II: dall’idea al progetto della più grande nave del mondo antico, la Syrakosía, in Hesperìa, VI, 2, 2006-07, pp. 170, 173, 174.

[9] H. Mielsch, op. cit., p. 21.

[10] Columella, L’agricoltura, VIII, 16, 1-2.

[11] Plinio il Vecchio, Storia Naturale, IX, 170-171

[12] Varrone, L’agricoltura, III, 17, 3.

[13] Plinio il Vecchio, op. cit., IX, 168-169.

[14] A. Marzano, Le ville marittime tra amoenitas e fructus, in Amoenitas. Rivista internazionale di studi miscellanei sulla Villa Romana antica, vol. 1, 2010, p. 24.

[15] L. Rustico, Peschiere romane, in Mélanges de l’ Ecole française de Rome. Antiquité T., CXI, 1, 1999, p. 54.

[16] Mielsch H., op. cit., p. 22.

 

Fonti e bibliografia

E. F. Castagnino Berlingieri, Archimede e Ierone II: dall’idea al progetto della più grande nave del mondo antico, la Syrakosía, in Hesperìa, a. VI, 2, 2006-07, pp. 169-188.

F. Longo, Agrigento, in L. Cerchiai et al. (cur.), Città greche delle Magna Grecia e della Sicilia, San Giovanni Lupatoto (VR) 2007, pp. 240-255.

A. Marzano, Le ville marittime tra amoenitas e fructus, in Amoenitas. Rivista internazionale di studi miscellanei sulla Villa Romana antica, vol. 1, 2010, pp. 21-33.

H. Mielsch, La villa romana, Firenze 1990.

L. G. Moderato Columella, L’agricoltura,

G. Plinio Secondo detto Plinio il Vecchio, Storia Naturale.

G. Purpura, Pesca e stabilimenti antichi per la lavorazione del pesce in Sicilia: San Vito (Trapani), Cala Minnola (Levanzo), in Sicilia Archeologica, XV, 1982, pp. 45-60.

L. Rustico, Peschiere romane, in Mélanges de l’ Ecole française de Rome. Antiquité T., CXI, 1, 1999, pp. 51-66.

M. Salvadori, Architetture marittime del Mediterraneo: problemi di conservazione e di restauro archeologico, Napoli 2006, pp. 11-123.

M. Terenzio Varrone, L’agricoltura.


* Archeozoologo

 




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